mercoledì 15, Galleria d’Arte Molinella, ore 18,30
Ex capitale umano
jazz reading di Giovanni Nadiani & Faxtet

Lavoro precario ed aleatorio, lavoro tollerato, lavoro compatito e disprezzato ... Quello che dovrebbe essere un diritto, addirittura meritevole di un articolo fondante la Costituzione, è diventato negli ultimi anni - dopo lotte e conquiste che avevano convinto un po’ tutti della sua inalienabilità - materia quanto mai instabile e “merce” dal valore in continuo deprezzamento.
Cosa può competere, oggi, agli artisti che si immergono a piene mani nel flusso di una quotidianità sempre più dolente, immorale, legata al profitto in maniera selvaggia e svincolata da valori quali la solidarietà, o anche solo dal semplice rispetto dell’altro da sé? Cosa possono fare un poeta che privilegia l’uso di un dialetto perdente come ogni lingua minoritaria, contaminato, “sporco” - e una bluejazz band che pratica una musica marginale rispetto al mainstream mediatico fatto di Grande Fratello ed X Factor, d’immagine e lustrini?
Giovanni Nadiani, pur viaggiando nel “qui e adesso”, si ostina a parlare di radici e di memoria: continua a farlo in maniera ironica e dolente, a volte “arrabbiata”, accompagnandosi spesso alle note del Faxtet, un gruppo capace di abbinare melodia e ritmi sincopati, di coniugare note e parole in un percorso progettuale che dura da vent’anni. Nessuna nostalgia del bel tempo che fu, nel loro incontro/confronto, men che mai squallide rivendicazioni “regionalistiche”, ma la banale e mai abbastanza ribadita convinzione che la consapevolezza del passato sia linfa indispensabile per andare avanti, oltre.
Nadiani e il Faxtet, insieme ed in maniera originale, hanno spesso “commentato” una società nella quale gli ultimi, i “perdenti”, gli inseguitori a tutti i costi delle mode e di una tecnologia disumana che (comunque) li scavalca e li spiazza, si scavano la fossa da sé - convinti di salvaguardare i loro privilegi, il loro benessere occidentale, e al tempo stesso di risultare più accettabili, contemporanei - nel momento in cui scimmiottano il mondo dell’apparire a discapito di valori altri (e “alti”?) che rappresentano, invece e ancora, l’unica strada praticabile per tentare di scendere dal treno impazzito dell’apparire. Lo fanno suggerendo una proposta di “essere” che - tra una risata e un’invettiva - rivendica un ruolo indispensabile, specie se si intende edificare una qualche forma di futuro. E opporsi così, seppure con le armi forse un po’ spuntate del pensiero e della critica, ai pescecani dell’economia - che con la scusa del “globale” stanno semplicemente allargando la fetta del mondo alla fame.